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01/12/2019
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A. Dumas

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Il "Corricolo" secondo :
Alessandro Dumas

Corricolo è sinonimo di calessino, ma, dato che non esistono sinonimi perfetti, spieghiamo la differenza tra corricolo e calessino. Il corricolo è una specie di tilbury primitivamente destinato a contenere una persona ed a essere tirato da un cavallo; a Napoli vi si attaccano due cavalli e trasporta da 12 a 15 persone.
E non si creda che vada al passo, come il carretto trainato da buoi dei re franchi, o al trotto come il biroccino della regìa; no, va di triplo galoppo; e il carro di Pluto che rapiva Prosperina sulle sponde del Simeto non era più ratto del corricolo che solca le strade di Napoli facendo sprizzar scintille dal selciato di lava e sollevando nugoli di cenere.


Eppure un solo de’ due cavalli tira veramente, ed è il timoniere. L’altro, detto bilancino, e che è attaccato di fianco, balza, caracolla, eccita il suo compagno, ed ecco tutto.  Quale iddio gli ha concesso, come a Titiro, cotanto riposo? E’ il caso, è la provvidenza, è la fatalità: i cavalli, come gli uomini, hanno la loro stella. Abbiamo detto che siffatto tilbury, destinato a una persona, ne trasporta abitualmente dodici o quindici; ciò “lo comprendiamo bene” richiede una spiegazione. Un vecchio proverbio francese dice: “quando ce n’è per uno, ce n’è per due”. Ma non si conosce nessun proverbio in nessuna lingua che dica: “quando ce n’è per uno, ce n’è per quindici”.


E invece per il corricolo è proprio così, tanto nelle civiltà progredite ogni cosa è distolta dalla sua primitiva destinazione! E’ impossibile determinare con precisione come e in quanto tempo si sia formato, sul corricolo, tale agglomerato successivo d’individui. Contentiamoci, dunque, di dire come vi si mantenga.
Prima di tutto, e quasi sempre, un grosso monaco è seduto in mezzo e forma il centro dell’agglomerato umano che il corricolo trascina come uno di quei turbinii di anime che Dante vide, dietro un grande stendardo, nel primo cerchio dell’inferno. Il monaco sostiene su uno dei suoi ginocchi qualche fresca nutrice di Aversa o di Nettuno, e sull’altro qualche bella contadina di Bacoli o di Procida; ai due lati del monaco, fra le ruote e la cassa, si tengono in piedi i mariti di quelle signore. Dietro al monaco si rizza sulla punta dei piedi il proprietario o il conducente dell’equipaggio, che ha nella mano sinistra le redini e nella mano destra una lunga frusta con la quale imprime una eguale velocità all’andatura dei due cavalli.


Alle spalle di costui si agruppano, come gli staffieri delle buone famiglie, due o tre lazzaroni, che salgono, scendono, si succedono, si rinnovano, senza percepire alcun salario per le loro prestazioni di servizio. Sulle due stanghe sono seduti due monelli raccolti sulla strada di Torre del Greco o di Pozzuoli, ciceroni in sopranumero delle antichità di Ercolano e di Pompei, guide brunite dei ruderi di Cumma e di Baia. Finalmente sotto l’asse della vettura, fra le due ruote, in un reticolo a grosse maglie, che sbatte dall’alto in basso e dal lungo in largo, brulica qualcosa d’informe che ride, piange, grida, grugnisce; che si lagna, che canta, che sogghigna, ma che è impossibile distinguere nel polverone sollevato dagli zoccoli dei cavalli: sono tre o quattro bambini che appartengono non si sa a chi, che vanno non si sa dove, che vivono non si sa di che, che sono là non si sa come, e che vi restano non si sa perché.

Ora, mettete in colonna il monaco, contadine, mariti, conducenti, lazzaroni, monelli e bambini: addizionate il tutto, aggiungendo il poppante dimenticato, e avrete il conto giusto totale: quindici persone. Talvolta succede che il fantastico congegno, sovraccarico com’è, passa su una pietra smossa e si rovescia: allora tutta la carrozzata si sparge sugli orli della strada, ognuno lanciato secondo il suo maggiore o minore peso. Ma tutti si rialzano subito e dimenticano il loro accidente per occuparsi soltanto di quello del monaco: lo tastano, lo girano, lo rigirano, lo sollevano, l’interrogano. Se è ferito, il viaggio si sospende; il monaco viene trasportato, sostenuto, coccolato, coricato, vegliato. Il corricolo è posto in un angolo del cortile, i cavalli nella scuderia, e per quella giornata il viaggio è finito: pianti, lamenti, preci.

Ma se, invece, il monaco è sano e salvo, tutti stanno bene: il frate risale al suo posto, la nutrice e la contadina ripigliano il loro; ognuno si sistema, si aggrappa, si stipa, e, al solo grido d’incitamento del cocchiere, il corricolo riprende la sua corsa, rapido come la folgore e infaticabile come il tempo.

Ecco che cosa è il “Corricolo”.
A. Dumas


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