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17/09/2018
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Lo sguardo

Cavalli

Conosciamo l’occhio del CAVALLO

Carlo Volpini; vi è un proverbio che dice: Caval che guarda bene, vede male.
Ed eccone la spiegazione. L’occhio del cavallo è così opportunamente situato da permettergli di vedere, senza volgersi, quello che succede alla sua groppa; e se entrando nella scuderia vedete il cavallo piegar la testa indietro per guardarvi, insospettitevi della sua vista a meno che non lo faccia per gola; lo stesso dicasi se passandogli vicino vi squadrasse con l’occhio spalancato, volgendo a voi la faccia. Molti cavalli ombrosi e che si rifiutano agli ostacoli vedono male, cioè hanno occhi difettosi.    

Uomini e cavalli vivono nella stessa realtà…ma la percepiscono in modo differente. Come tutti gli altri esseri viventi, conosciamo la realtà attraverso i messaggi che i nostri sensi inviano al cervello, la diversa visione degli oggetti tra noi e il nostro cavallo rischia di comportare infatti equivoci pesanti oltre che pericolosi. Non sembra esservi nessuna correlazione tra la grandezza dell’occhio del cavallo e quella degli oggetti che vede. E’ la loro conformazione, molto differente dalle nostre, a comportare indubbiamente delle notevoli diversità nel modo di vedere la realtà che ci circonda. La posizione degli occhi e la conformazione delle pupille fa sì che il cavallo disponga di una visione panoramica molto più estesa della nostra.

È vitale, per un animale predato, poter controllare la maggior parte possibile del territorio che lo circonda per individuare velocemente i possibili predatori nascosti intorno a lui. In questo il cavallo eccelle: il suo campo visivo copre 340° su 360° (contro gli appena 180° dell’uomo). Questo sempre in condizioni normali, le cose cambiano molto nel caso di un cavallo attaccato che indossa una briglia con paraocchi, indubbiamente il campo visivo normale in una visione monoculare sinistro e destro viene chiuso al 100%. Rimane aperto solo il campo binoculare con al centro un angolo morto.

Dobbiamo ricordare che il cavallo ha due punti ciechi dovuti all’orientamento frontale degli occhi e alla lunghezza del muso: il primo è un triangolo di terreno che arriva fino a due metri dal muso, mentre il secondo comprende la parte immediatamente posteriore del cavallo. L’esistenza di angoli morti spiega il motivo per cui durante i nostri primi approcci sia di vitale importanza di evitare l’avvicinamento da dietro: la zona cieca non permette al cavallo di vedere chi si è avvicinato, e potrebbe avere una reazione violenta nei nostri confronti. I paraocchi servono per forzare in qualche modo solo la vista “binoculare” dei cavalli, quella che similmente a noi possono avere se limitiamo la loro vista periferica artificialmente che gli consente di riconoscere la profondità degli spazi e di mettere più dettagli a fuoco

L’oscuramento della vista monoculare può rappresentare un trauma per un animale da preda come il cavallo, in quanto viene oscurata una percezione di spazio – pericolo di un comportamento innato per garantire la sopravvivenza della specie. Per questo, reazioni comportamentali che a noi possano sembrare eccessive, scatenate da una visione limitata di oggetti sconosciuti provocano una reazione di fuga. L’udito, un altro organo sensoriale molto sviluppato nel cavallo, unito ad una visione limitata dal paraocchi, può innescare paure e timori, unite ad una memoria visiva che, se può essere di aiuto in una fase di addestramento, diventa determinante in una fase di pericolo. Se un oggetto avrà provocato una ferita o uno spavento (es. motorino fracassone) provocando una reazione di paura nell’animale, diventerà molto difficile da togliere, in quanto in una situazione similare gli riporterà un ricordo spiacevole di dolore o tensione. Scatenando nella sua mente paure innate, alle quali reagirà con l’unica sua reazione di conoscenza innata sviluppata nei secoli, la fuga.

Numerosi studi sono stati fatti per comprendere se i cavalli distinguono i colori ed eventualmente quali, ciò che è sicuro però è che hanno una visione notturna molto migliore della nostra ed anche questo, a pensarci bene non dovrebbe destare meraviglia. Quello però che molti di noi forse non sanno è che la sua capacità di adattarsi alle variazioni di luminosità è molto più lenta della nostra. In altre parole, passando dal buio alla luce (o viceversa) dobbiamo tenere conto che quando noi siamo già in grado di distinguere le cose, il cavallo è ancora praticamente al buio. Certi arresti improvvisi, o certe resistenze ad esempio salire su un van, che noi liquidiamo superficialmente come stranezze incomprensibili sono invece un messaggio preciso che vuole farci capire che lui in quel momento “non vede dove sta andando”!
Due sono gli aiuti che abbiamo a disposizione per conferire un comportamento tranquillo ad un cavallo normalmente attaccato alla nostra carrozza.


La fermezza della mano, che deve conferire tranquillità e sicurezza con un contatto continuo senza eccessiva tensione, un allentamento eccessivo delle redini potrebbe infondergli una situazione di abbandono che, in caso di una situazione che per lui viene recepita come un pericolo, lo indurrebbe alla fuga precipitosa.
La nostra voce
, il suo udito è finissimo e pare anzi che questo sia il senso più perfezionato, quando cammina porta le orecchie in avanti, ma le rivolge velocemente verso il lato dal quale percepisce un rumore.   La nostra voce costituisce quindi un elemento molto importante, essa gli conferma la nostra presenza indicando un senso di protezione. La voce dell’uomo ha quattro effetti principali: ricompensa, riporta la tranquillità, minaccia, punisce. La sua forza di persuasione è tale che è grazie ad essa che l’uomo impone con maggior facilità al cavallo la sua superiorità sociale. Infatti è con il nitrito che lo stallone impone la sua superiorità gerarchica all’interno del branco.

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