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22/09/2018
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Traino Pugliese

Att. lavoro

Traino apulo-lucano

di: Giuseppe Angiulli

Il traino (carro da lavoro) apulo-lucano, è un’opera di ingegneria ed artigianato che rende orgogliosi i mastri d’ascia che con i legni ricavati nei boschi di leccio delle murge, nei secoli hanno realizzato questo mezzo che permetteva in piena sicurezza di trasportare pesi importanti su ruote apparentemente fragili.
Utilizzato per il trasporto di cose, esso era di varie dimensioni, quello che rende un carro più o meno grande è innanzitutto la larghezza del cerchione di ferro che ricopre la ruota.
Il carro raffigurato nelle foto sopra è un carro per il trasporto usato principalmente nelle grandi masserie.

La particolarità di questo carro è un cerchione di grandi dimensioni, infatti è largo 90 mm ed ha una portata di 32 q.li portata calcolata usando come parametro la larghezza del cerchione e la tara dello stesso. Il traino oggetto raffigurato è piuttosto rustico infatti era utilizzato per trasporti locali utilizzato nelle grandi masserie per trasportare il frumento dall’aia ai magazzini piuttosto che le olive, dalla campagna al frantoio, usato per la vendemmia.
La verniciatura è solo protettiva al contrario dei carri che erano adibiti ai grandi viaggi che erano dipinti in stile liberty ed avevano una tara inferiore e molto più pratici.

Lo sviluppo di questi carro a trazione animale viene datato verso la metà del 1700 per avere il massimo sviluppo nella prima metà del 1800 quando ci fu un forte sviluppo della viabilità, infatti furono appaltate ben 10.000 km di strade nell’allora Regno delle due Sicilie.
Questo attacco viene definito in gergo “redine sana”
con il mulo di centro attaccato tra le stanghe, a cui vengono agganciate le cinghie della bardella che serva per mantenere in orizzontale il mezzo e due cinghie che partono dalla collana e vengono fissate sulla punta delle stanghe per mezzo di una coppiglia di dimensioni adeguate.

A bilancino, veniva attaccato un cavallo intero a sinistra, porta il pettorale collegata al bilancino attaccato ad una barra orizzontale posta all’inizio del letto del traino.

A destra attaccato una cavalla o un giovane puledro viene definito “fuorimano” ed e attaccato come il bilancino.
L’attacco viene condotto con le redini del mulo attaccato tra le stanghe  mentre sia il bilancino che il fuorimano danno la redine esterna al conduttore chiamato “Trainiere”
in epoca relativamente moderna mentre in passato era chiamato “Vaticale”, mentre la redine interna è collegata al mulo di centro.


L’attacco a tre frontale trova riscontro nella troika russa questo modo di attaccare deriva da uno scambio culturale molto importante nei secoli tra la Puglia ed i paesi balcanici ed anche oltre, inoltre tre equini attaccati in modo corto sono meglio gestibili da un unico conduttore e si può sfruttare tutta la potenza degli animali, altro dato importante è la conformazione morfologica del territorio pugliese e di una parte della Basilicata non particolarmente montagnosa e con vie di comunicazione particolarmente larghe, infatti prima delle moderne strade la Puglia vantava grandi vie di comunicazione i “tratturi di transumanza” larghi ben centoundici metri.

Molto importante è la fattura dei finimenti particolarmente ricchi e ben costruiti, infatti i finimenti raffigurati nell’attacco in questione fatti da sellai pugliesi è composta da una collana con una parte superiore che rappresenta un arco gotico, ricoperto in alpacca cesellata in stile barocco con su raffigurati immagini sacre o stemmi dei casati, mentre la bardella posta sul dorso del mulo ha il pregio si raffigurare un arco romanico anche questo ricoperto in alpacca incisa. Abilissimi nella lavorazione del cuoio, essi usavano anche il crine, la paglia e la lana per confezionare i finimenti, guèrneménte. La cavezza, chèpézze, con il paraocchi e il morso, a cui erano fissate le redini, cingeva la testa del cavallo. Il collare, cùllère, imbottito di paglia e ricoperto di cuoio, s’infilava al collo dell’animale. Aveva ai lati due assi di legno forati, pijunghe (con due anelli dove passavano le redini) a cui erano fissati funi rivestite di cuoio, fesckèle, che a mo’ di cappio si agganciavano alle stanghe del carro. Il sellino, vèrdèlle, assicurato all’animale da una striscia di cuoio, sottèpanze, portava davanti un’alzata dritta a forma di scudo, decoratissimo, di solito sbalzato in rame o alpacca con le iniziali del nome e cognome del proprietario e con una grossa cinghia, cengnóne, si agganciava alle stanghe del mezzo. L’imbraca, vrèche, formata da larghe strisce di cuoio fasciava in parte la groppa e le cosce del cavallo. Completava la bardatura il sottocoda, strècchèle, che passava sotto la coda.

L’abbigliamento del trainiere ne metteva in risalto l’appartenenza ad una classe sociale agiata tanto che alla fine del 1700 un gruppo di carrettieri con alcuni notabili della città di Ostuni contrassero un mutuo per poter regalare alla città il busto in argento in sostituzione del busto ligneo trafugato e mai più ritrovato.




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