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10/11/2018
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L'aratura

Att. lavoro

Primavera: è tempo di aratura.

“Operazione agricola consistente nello staccare dal terreno delle fette orizzontali rovesciandole e frantumandole allo scopo di predisporlo per la semina e le piantagioni, di ricoprire le sementi, interrare i fertilizzanti, distruggere le cattive erbe ecc.; il terreno ne risulta elaborato, sminuzzato, rimescolato, aerato, preparato per assorbire meglio l’acqua e sviluppare l’apparato radicale e per i processi chimici e biologici inerenti alla nutrizione delle piante.”

L’operazione dell’aratura si effettuava in tempi diversi a seconda del tipo di produzione. Ogni aratura è da ritenersi una ripulitura della terra dagli agenti infestanti ed un arricchimento in azoto ed ossigeno, il gelo poi frantumando la zolla, la rende polverosa e la depura dagli insetti.
Anticamente la forza motrice era fornita da buoi, cavalli, asini o muli, direttamente attaccati all’aratro, venivano accompagnati da due persone, l’una le guidava, l’altra reggeva l’aratro.
Nelle montagne  sono sempre stati il mulo od il cavallo ad aiutare l’uomo nel dissodare i campi.

Oggi, nelle nostre realtà rurali, la meccanizzazione agricola ha quasi eliminato l’utilizzazione di ogni forma di energia animale, e forse l’uomo ha perso un’ulteriore occasione di contatto e di dialogo con la natura.
Un dialogo che Giancarlo Bina nella sua azienda biologica di Pozzol Groppo ha deciso di riallacciare riprendendo l'utilizzo dell'energia animale del suo Jouke, cavallo frisone di 9 anni per tutti quei lavori dove è necessario l'utilizzo di una forza trazione superiore a quella dell'uomo.  Dopo una breve ricerca è riuscito a recuperare e rimettere in funzione con una modica spesa, antichi aratri ed altri attrezzi usati nei tempi per tutti quei lavori in cui il cavallo svolgeva il suo insostituibile lavoro a fianco del contadino nelle attività dei campi.

Con l'arrivo della primavera siamo andati a vedere da vicino l'aratura dell'orto effettuata da Giancarlo Bina con l'aiuto del fedele Jouke, in un soleggiato pomeriggio di inizio primavera immersi nella campagna della frazione Biagasco di Pozzol Groppo, Giancarlo sta vestendo il suo possente frisone con i tradizionali finimenti usati per il traino dell'aratro, il mantello nero corvino di Jouke riflette bagliori di luce, immobile come una statua attende il momento di entrare in azione, la simbiosi tra uomo e cavallo è stupefacente, la possenza e la calma di questo soggetto incute un senso di rispetto, tutto si svolge con una tranquillità ed una naturalezza disturbata solo dal gemito delle zolle infrante dall'aratro. L'aria è tersa, si ode il richiamo delle rondini che sfrecciano nel cielo, jouke compie il suo lavoro con grande naturalezza, si punta sugli arti e parte, il terreno si apre rivoltandosi al sole, grassi lombrichi diventano subito preda degli uccelli, che senza nessun timore si posano nei solchi quasi consapevoli di essere parte integrante di una rappresentazione storica dove la natura è l'attrice di primo piano.  
Uno dopo l'altro i solchi si allineano su questo lembo di terra, il tremore del passaggio dell'aratro trainato dal possente Jouke fà cadere sulle zolle petali del pesco fiorito che maestoso si erge a lato del campo, posto quì, quasi a sentinella di una natura che l'uomo deve proteggere affinché essa ci ricambi con i suoi frutti.
L'aratura è terminata, Giancarlo è soddisfatto, accarezza Jouke sulla groppa per dimostragli la sua gratitudine per il lavoro svolto; a un cavallo puoi parlare come a un figlio, lui ti ricambia scrollando la criniera per dirti che ha compreso. Ora l'attende una meritata razione di fieno e un piccolo premio come una pagnotta essiccata; quale enorme potere ha l'uomo sulla natura, la può usare a suo piacimento, non per questo dobbiamo dimenticarci di rispettarla in tutti i suoi aspetti perché grazie a lei possiamo continuare a esistere.


L'aratro:
un attrezzo che nei secoli ha sfamato l'uomo; conosciuto fin dai tempi più antichi, l’origine dell’aratro è legata al sorgere delle prime forme di agricoltura organizzata, quando cioè l’uomo sentì l’esigenza di programmare la raccolta reperendo, in spazi ristretti e col suo lavoro adattati nel modo più favorevole possibile, i generi per la propria sussistenza.
I primi disegni di aratri in legno con punta in ferro li ritroviamo, invece, già nelle tombe degli antichi faraoni, anche se è presumibile pensare che tale accorgimento tecnico fosse già stato introdotto dai Dori, scopritori del ferro, all’incirca all’epoca della distruzione della civiltà micenea.
In epoca romana l’aratro fu utilizzato per preparare il campo alla semina del grano, dei ceci e delle fave, per dissodare e delimitare i campi e i confini: il solco tra Romolo e Remo su cui nacque Roma fu disegnato da un aratro.

L’aratro tutto in ferro ebbe la massima diffusione in Europa agli inizi del 1800. L’attrezzo si compone di vari elementi: il vomere, la parte più importante, taglia la terra e la rovescia, il ceppo o dentale, è la base dell’aratro e regge il vomere, il versoio o ala rovescia la zolla di terra tagliata, la stiva, asta applicata alla parte posteriore della bure, serve per la guida dell’aratro, la bure o stanga collega l’aratro alla forza motrice il profime regola la profondità dell’aratura, il coltro o coltello, inclinato in avanti, anteriormente al vomere, divide la terra e soprattutto taglia lo strato erboso.
All’aratura era legata anche la concimazione dei campi. Il letame da stalla costituiva il più importante additivo per potenziare lo sviluppo delle colture nel ciclo biologico naturale di un evento che si ripete da millenni ad ogni primavera.

Si ringrazia il dott. Giancarlo Bina e il suo fedele frisone Jouke per la preziosa collaborazione alla realizzazione di queste immagini.

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