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01/12/2019
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Carnovale

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IVREA:
la Storia del Carnovale

Ivrea: il carnovale e un po’ di storia.

“Violetta rappresenta l’indipendenza, la ribellione e la libertà” il simbolo stesso del carnevale con la parte più famosa e conosciuta nel mondo, la “Battaglia delle arance”; da dove proviene questa tradizione che si tramanda da generazioni?
La nostra ricerca ci porta ad un antico testo: “Nuova Enciclopedia popolare anno 1847”
che riporta testualmente:

Ivrea; la città e il contado furono più volte, nel medio evo, capo a brogli di parti, a discordie ed a fraterne battaglie; finchè venute sotto il dominio dei conti di Savoia, attesero questi principi (verso la fine del secolo XVI) con fermi provvedimenti a solidare in quelle parti la loro potenza, ed a contenere le sempre rinascenti fazioni. Il secolo XVI fu fecondo di sventure per Ivrea; perciocchè la occuparono le truppe francesi nel 1554, poscia nel 1641, e di nuovo nel 1704, dopo una vigorosa resistenza; ma due anni appresso, conseguita sopra di loro la gloriosa vittoria di Torino, tornò in podestà del duca di Savoia. I Francesi se ne impadronirono nuovamente l’anno 1796, e nel 1800, appena il consolo Buonaparte si fu calato dal Gran San Bernardo, il suo antiguardo, comandato da Lannes, mise in fuga gli Austriaci al passo della Chiusella; dopo di che venne Ivrea in potere di Francia, alla quale rimase unita fino all’anno 1814, e divenne capoluogo del dipartimento della Dora.

Qui noi non possiamo dar fine alle nostre parole senza far cenno di una consuetudine popolare di questa città, che per singolarità è certamente unica in Europa. Useremo le stesse parole del Casalis; (Goffredo Casalis nasce a Saluzzo, 9 luglio 1781 – Torino, 10 marzo 1856, è stato un abate e storico italiano).
"Dagli abitanti di ciascuna parocchia vengono nominati annualmente i così detti abbà;
e sono questi per lo più scelti giovani, ben fatti della persona, i quali nell’anzidetta loro qualità girano a cavallo per le contrade d’Ivrea in quasi tutti i giorni festivi, durante il carnovale, e negli ultimi tre, portano una spada avente alla punta un arancio o un pomo. Bizzarro in vero si è il corteggio che in quegli ultimi giorni carnovaleschi accompagna quei garzoncelli vestiti all’eroica, e montati ciascuno sur un cavallo elegantemente bardato. Precedono varji alfieri che impugnano stendardi allusivi alla festa popolare, ed alle parochie ove dimora ciascuno di essi alfieri, fra le quali ha la precedenza quella di San Maurizio.

Succedono quindi i tamburi ed i pifferi, che suonano marce militari. Vedonsi poi comparire a cavallo il generale, i suoi aiutanti di campo in uniforme militare bordato in oro con sciabola in mano, ed il segretario della festa con parrucca e cappello triangolare, e che tiene in mano il così detto libro del carnovale, di cui farem parola qui sotto.
Dopo di essi marciano in due file gli abbà.
Da parecchi anni una compagnia composta per lo più di sessanta cavalieri, tutti elegantemente vestiti, quando alla foggia de’mammaluchi, quando con abbigliamenti secondo il costume turco, od egizioano, od americano, preceduti da trombette, fanno altresì parte del corteggio. Chiudono infine la marcia numerose maschere a cavallo o a piedi, carri trionfali, barche o bastimenti con marinai e moltissime vetture (carrozze).
Negli anni, in cui vengono organizzate le anzidette compagnie di cavalieri, variano per l’ordinario i divertimenti con giostre, giuochi dell’anello e simili. Finalmente l’ultima sera del carnovale si viene all’abbruciamento dello scarlo
. E’ questo un albero coperto d’alto in basso di fascinette d’erica, avente alla sommità una banderuola di carta, e che in tutta la sua estensione è fornito di pezzi carichi di fuochi artificiali. Prima che si abbruci lo scarlo, la marcia carnovalesca gira per tutte le contrade; quindi cominciasi ad appiccare il fuoco a quello della parochia di San Maurizio, e successivamente a tutti gli altri. L’abbruciarlo appartiene all’abbà stato prescelto nell’anno precedente, il quale scende da cavallo, ed accompagnato dal generale avvicinasi allo scarlo, impugnando una torcia di cera accesa.

Ciò che vi ha di osservabile si è, che a malgrado della calca e di una certa confusione, che non può non regnare in siffatte occasioni, non vi accade mai verun disordine; poiché il generale in capo del carnovale, l’aiutante generale ed i tenenti fanno eseguire in mirabile guisa il regolamento, la disciplina e l’ordine stabilito. Il sopraccennato libro del carnovale ebbe il suo principio nell’anno 1808, in cui si riordinò questa festa popolare, e le si diede maggior lustro che non avesse prima. Siffatto libro, che viene depositato presso il segretario della festa, serve per l’atto di sommissione, con cui i padri degli abbà si obbligano di adempiere per questi alle formalità ed incombenze dipendenti dall’accettazione di cotali abbadie; e se ne roga l’atto in esso libro l’ultimo giorno del carnovale, nel palazzo della città, alla presenza del comandante e del sindaco, i quali pure vi si sottoscrivono nella loro qualità di Reali impiegati, a cui spetta il mantenimento dell’ordine pubblico. Nessun padre di famiglia, purchè non povero, può esimersi dall’accettare per uno dei suoi figli una di cotali abbadie senza correre pericolo di vederselo abbruciare in effigie col mezzo di un fantoccio di paglia; ciò che già succedette più d’una volta.

Variano le sentenze sull’origine di questa singolar consuetudine. Qualche erudito avvisò essere un segno d’esultanza per l’accordo fattosi il 24 settembre 1229 fra i cittadini d’Ivrea ed i nobili che abitavano fuori di questa città; in virtù del quale si stabilì, fra le altre cose, che a perpetuare la memoria di tale accordo si dovesse fare in ogni anno una scara, ossia un fuoco di gioia: tenentur facere scaram annuatim. Se non che intorno a ciò ben altra è la comune opinione: perocchè nel Canavese ed altrove, da età ben rimota, si crede che la festa dello scarlo abbia avuto principio quando ad Ivrea venne fatto di sottrarsi al giogo tirannico de’ Marchesi di Monferrato, che erano venuti in abbominio grandissimo. A sorreggere una tale credenza si offrono le seguenti osservazioni.

Sin verso il declinare del secolo XVIII i podestà ed i prefetti di Ivrea, in occasione che entravano nella loro carica, erano tenuti a compiere alcune formalità, le quali sembrano venire in appoggio all’anzidetta volgare opinione sull’origine dello scarlo: in seguito ad atto  consolare rogato in presenza del sindaco, del governatore, dei giusdicenti, dei consiglieri municipali e dell’avvocato consulente del municipio, il podestà, dopo aver prestato giuramento di bene e fedelmente servire a vantaggio del pubblico, e di osservare gli statuti locali, montato sur un cavallo ed accompagnato da tutti i personaggi, al cospetto dei quali rogavasi quell’atto consolare, conducevasi al Castellazzo, antica residenza dei marchesi del Monferrato, ed ivi eseguivasi ancora l’atto della Preda in Dora nel modo seguente.

Il novello podestà o prefetto con martello di antica e bella forma gotica, che ancor si conserva negli archivi municipali, estraeva dalle rovine del Castellazzo un sasso o un mattone e, gettandolo dietro gli omeri nella Dora, doveva pronunciare queste parole: in spetrum marchionis Montisferrti; e subito dopo era costretto a dire con osservanza di giuramento: nec permìttam aliquod aedificium fieri, ubi erant turres domini marchioni. Ora si osserva che appunto in questo luogo fu abbruciato il primo scarlo.

Per altra parte vuolsi por mente ad una curiosa particolarità di questa consuetudine carnovalesca: in ciascuna parochia della città gli ultimi sposi, cioè quelli che celebraron nozze immediatamente prima dell’alzamento della pianta, cui si dà il nome di scarlo, di qualunque condizione sieno essi, per antica usanza vengono costretti a dar principio, mediante alcune zappate alla fossa da escavarsi per innalzarvi cotal pianta; e ciò, che secondo alcuni, per tramandare ai posteri la memoria dell’uccisione dell’abborrito feudatario, operata da una giovine sposa che altramente sarebbe stata vittima della libidine di lui; e, secondo altri, per eternare la ricordanza dell’espulsione dei principi Monferratesi dalla città d’Ivrea, che erane travagliata con ogni maniera di vessazioni".


TORINO – GIUSEPPE POMBA EDITORI 1847




E BATTAGLIA SIA!

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