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29/11/2020
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Calesero

Scuderie

IL CALESERO A LA VOLANTE

Il sommo piacere dei primi giorni fu di correre nella volante. La volante è una carrozza a molle fiancheggiata da ruote altissime; una cortina si abbassa a piacere, e preserva dal sole e dalla polvere, chiudendo la carrozza come una scatola. Alle stanghe è attaccato un mulo od un cavallo montato dal calesero, negro vestito come il groom inglese, cioè cappello gallonato d’oro, giubba rossa, calzoni bianchi, stivali da cavallerizzo, e machete, o, sciabola ritta. La volante e il calesero son due cose indivisibili, due mobili principali d’una buona casa avanese, si dà alla volante una stanza d’onore: essa orna e ammobilia l’anticamera e talvolta anche la stanza dei crocchi. Non p raro vedere un cavallo attraversare il tinello, guidato dal calesero, per venir attaccato alla carrozza ella stanza contigua.     ALCIDE D'OR BIGNY  1826

Gli eleganti avanesi che si recavano in campagna, montati sulle loro mule svelte come corsieri, riccamente bardate come nel medioevo, seguivano d'ambio o di trapasso la volanta dei vecchi, ed il quitrin delle insinuanti ninfe ripuarie dell'Almendarez. L'arte del carrozziere non ha prodotto nulla di più elementare come questi veicoli signorili. Un rettangolo massiccio di traverse inchiavardate a due stanghe lunghissime e flessuose: la cassa sospesa come una cesta toscana da fiaschi, sopra due lunghi cignoni, sopandas, senza l'ombra di una lama di molla a serpentone. Un paio di raggiere, enormi, spruzzanti fango erano le ruote, le quali avrebbero seppellite le gentili scarrozzate, se la forza centrifuga non le avesse preservate dalla mota. Vernici e lacche orientali, colori sfacciati e smaglianti, stoffe ricche, cuoiami di Moscovia e di Parigi, marocchini inglesi, nappe, frangie, cordoni, ori, argenti. Bisogna immaginarsi tutto questo riunito e senza lampioni per avere un'idea del cocchio aristocratico cubano. Chi poi si figura il montatoio fisso, e non a libriccino, raccomandato alla stanga a molta distanza dalla pedana della cassa e dal suolo, e le avanesi vestite di sottane esterne ed interne molto inamidate, spero che sarà tanto discreto da pesare che all'Avana, gli eleganti danilys non sbirciavano il piedino delle signore quando esse salivano in carrozza, ma si contentavano di ammirare la forma dei loro visi fra il turbinio delle pillacchere.

La povera bestia, cavallo o mula, ai fianchi della quale stavano sospese le stanghe, sembrava uscire dal disotto di un immenso leggio corale, talmente era grande ed alta la sella; ed il calesero il barocco ornamento finale. Fra i più svelti e membruti schiavi si sceglievano i negri calessanti ed il loro costume era di una improprietà ed inefficacia paradossale. Gli stivali, enormi per altezza, eran formati di una gambiera scollata sul ponte del piede e affibbiata con laccetti fino al disotto del ginocchio: al disopra di questo si drizzavano due trombe esagerate; per davanti somigliavano a rificolone, dove parea dovessero riporsi i lumi che sarebbero occorsi al legno; e di fianco, a prosciutti, infilati per l'osso all'argentata giarrettiera. Il calesero portava scarpini sul tomaio guarniti da fermezze, e calze naturali soavi e lucenti come fossero state di seta: e se non luccicavano, esso aveva la civetteria di ungerle di grasso. Incedeva da bravaccio, ed i cascanti speroni di cavaliere antico solcavan la via: ma se arretrava di un passo, la vistosa rotella s’incantava, gli appuntellava il calcagno e il calesero, mortificato, usciva di piombo.

In tutte le stagioni: pantaloni di alona bianchi o listati, sostenuti alle reni con una fibbia ornamentale di argento, un camiciotto sboccante intorno alla vita, come quello di Pulcinella: il solino smerlettato a denti spampanantesi rovesciato intorno al bavero imperiale della giacchetta, alla marinara, che gli ingusciava la nuca lanosa. Il cappello a cilindro variava spesso: però, comunemente, la forma era quella della penultima moda, quello smesso dal padrone: la livrea ed il cappello, gallonati o di gallone blasonato, secondo la chiarezza della famiglia a cui apparteneva. Per batter la campagna il calesero non portava stivali: portava un pantalone attillato lungo tutta la coscia e che poi si apriva a trombone fino a coprirgli tutto il piede: calzava i soliti scarpini ed i soliti speroni madornali. Era armato di uno spadone, prolungata daga per caccia, il machete, dall'impugnatura ditata, senza guardia, col fodero rabescato, che portava sospeso alla cintola con una fascia di seta, listata di colori screziati e annodata con un fiocco dalle cocche sfrangiate.

Il machete al calesero serviva e per troncare i rami che impedivan il passo e per procurare di che dissetarsi a qualche gentile cubana. Non di rado, nel tornare dalla Molienda, due graziose labbra riarse dall'afa della notte, pronunziavano: - Ho sete. Saresti capace di buttar giù una mezza dozzina di cocchi? — domandava il padrone al calessante. Questi rispondeva con un atto di sufficienza e, levandosi il cappello, dopo aver assicurate le bestie, spariva dietro un roveto. Dopo qualche momento si vedeva camminare su, lungo una palma coccotifera, incrociando diagonalmente i movimenti delle mani con quello delle piante dei piedi, un essere nero con la sola camicia. Pareva un gatto che al bagliore cenerino di una notte coperta salisse il fusto di una pergola; la daga appesa alla fascia ne sembrava la bruna coda. Toccata la cima scompariva per dentro il ventaglio del palmizio: il lampo d'una striscia luminosa: poi, sulla terra, al piede dell'albero, uno, due ... fino a sei botti sordi. Tornava a balenare la lama, e un corpo, scorrendo rapidissimamente dall'alto in basso lungo il tronco, pareva toccare terra, tanto era leggero. Per non fare aspettare i padroni, presentava in quell'arnese i frutti, dopo aver con la punta del machete sbucciati e forati i cocchi perchè se ne potesse bere la freschissima e deliziosa acqua.

Per la campagna il calesero conduceva una pariglia o un trio di mule, svelte come zebre e trottatrici come friulani, dai crini delle code intrecciati e appuntati a uno dei quartieri della sella. Montava la sinistra e trottava spietatamente; il suo immenso e grave cappellone di paglia batteva le ali come pingue oca; fibbie, borchie, campanelle, sproni, tutto risonava allo scuotimento del trotto, e non occorreva a quell'attacco campagnuolo, la sonagliera per farsi sentire. I padroni sulle sopande, che non ammortiscono le scosse sussultorie, spesso battono i denti, si mordono anche la lingua, ma non importa: in compenso la medesima sopanda, con brusco ma gentile movimento ondulatorio, avvicina due labbra sospiranti da lungo tempo, un bacio.

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