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10/12/2018
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Tradizioni a Napoli

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"Tradizioni Napoletane"

La carrozza rappresentava anche per il popolo una tradizione, e, tra le usanza più graziose e antiche, c’era, ad esempio, il corteo nuziale che si snodava dalla chiesa ad un ristorante di Posillipo. Precedevano gli sposi in “coupe?”, piccola alcova odorosa di fiori d’arancio e confetti, nella quale ci si scambiava il primo bacio furtivo!... Seguivano le carrozze degli invitati: tutte “Berline” o “Due mantici” o “Vittorie”, il cui noleggio era sempre pagato dal “compare d’anello”, perciò popolarmente chiamato “o chiicchiero d’a festa”. Ed era una gioia vederli, così lieti e festosi, perché per il popolo l’andare in carrozza rappresentava sempre un grande avvenimento. Gli uomini, quasi tutti in smoking, assumevano l’atteggiamento di gran signori, con i guanti bianchi, sempre calzati, che ostentavano con finta disinvoltura. Le donne tutte con enormi cappelli, impalate, con le mani appoggiate sulle ginocchia.

Però la manifestazione popolare più spettacolare, quella nella quale veramente esplodeva tutto il variopinto folklore poetico e festaiolo del gioioso animo napoletano, era il “ Ritorno da Montevergine”. In maggio ed in settembre, aveva luogo questa visita del ceto artigianale e bottegaio a “Mamma Schiavona”, la Madonna di Montevergine, la cui immagine, una pia credenza, attribuisce al pennello dell’Evangelista S. Luca. La gita aveva decisamente carattere più profano che religioso, nonostante vi fosse la leggenda che chi avesse osato portare cibarie e trasformarla in allegra scampagnata sarebbe incorso in qualche incidente e pertanto non sarebbe arrivato sano e salvo al Santuario.

Secondo la devozione popolare la Madonna di Montevergine è la Mamma celeste dei napoletani. Un affetto, quello dei partenopei, che ha radici lontane e che è valso alla Vergine venerata nell’abbazia in provincia di Avellino gli appellativi di “Mamma Schiavona” e “Mamma Bruna”. L’icona della Madonna, che ha raccolto lacrime, dolore e speranze di migliaia di pellegrini, è infatti un grande ex voto, un dono della famiglia reale, gli Angiò di Napoli, alla comunità di monaci. Nel tempo i napoletani hanno cominciato a rivolgersi alla Madonna di Montevergine chiamandola “Mamma Schiavona” e “Mamma Bruna”, perché il dipinto mostra la Vergine con un incarnato scuro, tanto simile a quello dei mori (servi di origine nord-africana), così vicino alla semplicità del popolo, che ha percepito Maria quasi come una schiava, una donna tra la gente, una mamma in grado di comprendere le fragilità delle persone semplici. Il giorno della Candelora c’è poi la tradizione della processione dei cosiddetti “femminielli”, ovvero delle persone omosessuali che considerano la Madonna di Montevergine loro patrona.

Nelle carrozze, letteralmente coperte di fiori e nastri multicolori, trainate da cavalli sfarzosamente bardati con lunghe penne di fagiano sulle testiere e con mazzetti di rose sulle orecchie e sulla coda, siedono le famose “maeste incannaccate” tutte vestite allo stesso modo con colori sgargianti, capelli neri lucidissimi e tirati in un enorme solidissimo “tuppo” al centro della testa, valentissima opera di raffinate “capere”. ‘A capera era la parrucchiera. Un tempo si trattava di un mestiere che veniva esercitato a domicilio, con la capera che si recava a casa delle proprie clienti per realizzare appariscenti pettinature o tagli all’ultima moda; non di rado, la sua esperienza era utile anche per avere consigli sul trucco. Gli uomini tra cui molti “cape’ e suggietà”, vestiti di panno dello stesso colore delle “maeste”… Ogni vicolo ha il suo “clan”, il suo colore. E’ una girandola, un calendoscopio!

Le carrozze, tutte “Due mantici”, sfilano per le vie di napoli al “Ritorno da Montevergine” fra ali di folla festante, e giunte in via Caracciolo ha inizio l’arredenata”, ovvero il gran finale al galoppo per la conquista dell’ambito stendardo con l’effige di “Mamma Schiavona”, simbolo della vittoria, che veniva consegnato da una apposita commissione a Mergellina, all’altezza di Palazzo barbaia. E poi… l’ultima scampagnata nelle trattorie di Posillipo o di Antignano, dove il generoso Gragnano concedeva tutte le sue grazie.

La costruzione di una strada rotabile, finanziata in parte anche con il ricavato di questue effettuate dai benedettini, ebbe inizio soltanto nel 1851. I lavori, di difficile esecuzione per l’aspra natura dei luoghi, procedettero con lentezza e si bloccarono addirittura, quando si era giunti alla metà del tracciato in progetto, nel 1860, allorché, con la caduta del Regno delle Due Sicilie, venne a mancare il contributo che i Borbone fino ad allora avevano assicurato per cui per vari anni i pellegrini poterono giungere su carri e carrozze fin dove finiva la strada per poi proseguire a piedi:  quivi ad ogni buon conto era sorto un posteggio dove stazionavano i mulattieri i quali, a pagamento, trasportavano fino al Santuario i bambini sistemandoli a due o a tre alla volta sul dorso di un mulo riservando le selle alle donne; tuttavia erano ancora in tanti coloro che preferivano compiere interamente a piedi la più penitenziale e, perché no, suggestiva scalata nel verde.

Informazioni tratte da: Museo Delle Carrozze;
Marchese Mario d'Alessandro di Civitanova.
Da uno scritto di: Raffaele Causa.

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