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21/05/2018
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Marocchini

Finimenti

Le pelli dei marocchini dei quali formansi i guarnimenti delle carrozze, è variata secondo l’aspetto della pelle, ma nel caso di doversi conservare bianca, ecco come eseguire l’operazione. Da principio si immergono quelle di agnello nell’acqua per toglierne il sangue, per poi collocarle sul cavalletto, si raschiano le parti interne per poi stenderle in camere riscaldate, dove la putrefazione viene accelerata dal calore, stillerà dalla loro superfice un materiale vischioso, la lana di distacca e si potrà svellarsi facilmente.

Onde arrestare la putrefazione si lasciano poi in ammollo da due a sei settimane in bagni di acqua di calce, dove si induriscono e acquistano di spessezza, ma bisognerà controllarle per ridurle a uno spessore uniforme. Per dispogliarle dalla calce, si immergono  per alcune settimane in un miscuglio di crusca e acqua, le quali provocando una debole fermentazione, ne diminuiranno in spessore, pulendosi dalla calce. Così purificate le pelli potranno essere conciate, e a bell’agio sostenere l’operazione di tintura. Si lavorano allo stesso modo le pelli di capretto e di capra, con la differenza che è indispensabile sottometterle all’azione della calce prima di svellere il pelo.

Si preparano nel seguente modo: s’immergono in una soluzione calda di allume e di sale comune, nelle proporzioni di 3 a 5 per cento per le pelli ordinarie, esse vi acquistano un esimio grado di solidità e durezza. Quindi si lavano e si lasciano fermentare per qualche tempo nell’acqua di crusca, onde separarne le materie saline. Si agguaglia la loro spessezza, e finalmente si distendono in un luogo caldo per asciugarle. Sovente si innaffiano una seconda volta per ammorbidirne la superfice, s’introducono in vasche contenenti alcuni bianchi di uova e si battono coi piedi finchè le acque tornano trasparenti per esserne assorbito l’albume. In ultimo si fanno asciugare e si stirano col ferro caldo.

Il marocchino si fabbrica principalmente con pelli di montone. Secondo le operazioni sopra descritte, nel ritirarle nell’acqua di calce, s’immergono in altra acqua di escremento di cani o di piccioni fino a che la calce resti disgiunta, operazione che le rende bianchissime. Ma volendosi formare di cuojo nero, s’introducono in tinozze piene di acqua calda e sommacco, e quindi servendosi di una scopetta dura si spalma sulla loro superfice un liquore ferruginoso. Bramandosi di tingerle in rosso, si costruiscono con ogni pelle una specie di sacco, a strettissima cucitura, del quale la faccia rasa del tessuto, che solamente deve ricevere il colore, trovasi all’esterno. Così tuffandoli in una composizione di cocciniglia, la cui temperatura sia abbastanza elevata, da potervi tenere le mani, si lavorano come al solito per ottenere una tinta uniforme.

Dopo questo procedimento, il cui risultato dipende dalla destrezza e dall’abilità necessaria, si ammollano per molte ore in un bagno di sommacco (Arbusto delle Anacardiacee ( Rhus coriaria ), comune negli incolti, con rami irsuti e infiorescenze bianco-verdastre; le foglie imparipennate, ricche di tannino, sono impiegate nella concia di pelli fini), acciò esse divengano sufficientemente conciate, si finisce con un debole bagno di zaffarano, onde farne risaltare la tinta.
Le ultime operazioni, alle quali si sottomette questa specie di cuojo, tendono a sbiadarle. Si inizia a stendere la pelle su di una tavola inclinata, la si copre con un leggero strato di olio per renderla flessibile e molle, quindi si liscia con un globo di vetro a superfice poliedra. Questa operazione richiede molta cura, onde la pelle resti ben compatta e solida. L’ingranitura poi si impronta col istropicciarla mediante una palla di bosso, tagliata a scannellature intorno al proprio centro e a uguale distanze.  


Granitura o zigrinatura.

Nella rifinitura il fiore della pelle può venir granito a mano o a macchina. La granitura o zigrinatura a mano si fa con la palmella. La palmella è un utensile messo in azione dal palmo della mano, come ben spiega la denominazione stessa. E’ una tavoletta di legno rettangolare larga al massimo 15 centimetri e lunga 25 un po’ incurvata. Dalla parte convessa si appoggia il palmo della mano trattenuta da una cinghia trasversale fissa ai due lati; la parte concava è quella che lavora ed è di sughero. Il lavoro di questo utensile consiste nel fare scorrere su tutta la superfice del fiore d’una pelle, una ripiegatura di questa e nel contempo fare agire sulla piega una forte pressione. Le fibre del derma saranno costrette sotto questa specie di trazione a flettersi ubbidendo ai movimenti, per riprendere appena cessata tale pressione la loro primitiva posizione. Mentre il fiore del cuoio, non avendo l’elasticità del derma sentirà diversamente l’azione. Si solleverà in più punti e formerà una granulosità persistente. Questa proprietà è sfruttata sulle pelli di capra e ancor più sulle pelli di foca conciate al tannino che hanno il fiore marcatamente rigido.

Si possono ottenere diverse grane come quelle dette: grana chagrin; grana levante; grana longrain; ecc. E’ bene durante questa operazione dare al fiore con un pannolino un leggero strato di olio per renderlo più scorrevole e mantenere il cuojo ben condizionato, ossia con il giusto grado di umidità.

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