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05/08/2018
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La Corona d’oro e l’Aquila nera

due testimonianze storiche della città di Trieste

Nel 1842, al posto della vecchia Dogana, era sorto il palazzo del Tergesteo, che si era progettato di chiamare Bazar. La crocevia era riservata al pubblico passeggio e i magazzini al pianterreno vennero appigionati ad uso di botteghe che esponevano le merci di galanteria e oggetti d’arte. Le camerette ai mezzanini, poste sotto le coperture di vetro e che guardavano le gallerie, furono destinate a luogo di accentramento dei sensali. Ai sensali era riservata anche una locanda, in via delle Caserme, dove poi sorse il caffè Adriatico. Era la Corona d’Oro e l’oste Ignazio Florian faceva sapere che nella sua locanda poteva ricevere anche le carrozze da noleggio perché in essa “vi è ogni comodità di stalle e camere per trattenere e trattare qualunque forestiero che viaggi con carrozze e cavalli”. Perché invece all’Aquila Nera questo servizio non veniva più assicurato. E si che proprio all’Aquila Nera era arrivato nel 1809 Francesco Cimadori quale corriere dei Francesi, e si era istallato così bene con le sue carrozze e i suoi cavalli nei cortili di quella locanda che divenne poi, dopo la campagna d’Italia, il primo “noleggino di conto”, istituendo un servizio di viaggi con vetture speciale e “bastarde”.

Erano passati settant’anni da quando lo scozzese Nicolò de Hamilton era stato il primo a tenere equipaggio a Trieste. Per anni il ricco scozzese era stato il solo a tenere cavalli e carrozze e stallieri e cocchieri per uso personale. Ma era talmente pieno di quattrini – per il suo ménage spendeva 40.000 fiorini all’anno – che si poteva permettere il capriccio di far aprire un deposito di ghiaccio in città solo per le comodità e gli agi della sua casa.
Il progresso fa passi da gigante. La regina Caterina di Westfalia aveva impiegato un sacco di tempo per  venire da Marburgo (Germania) a Trieste e si era lamentata che i cavalli erano pessimi, i postiglioni pigri, le carrozze quindi lentissime, anche perché lo stato delle strade, la cui manutenzione era data in “arrenda” (appalto), lasciava molto a desiderare. Nella seconda metà del settecento c’era una sola carrozza postale, una volta alla settimana, per Lubiana.

Bisogna aspettare i primi decenni del secolo seguente per avere una corsa giornaliera per Gorizia e nel 1824 due partenze settimanali per Graz, Vienna, Praga, Brno e Presburgo. Da Trieste a Vienna il biglietto costa 27 fiorini e 55 caranti. Più tardi l’introduzione del Velocifero e cioè delle carrozze dirette, con il cambio dei cavalli ridotti a pochi minuti, consentiva di partire alle cinque del mattino da Graz, e vedere il mare già al crepuscolo della sera del giorno seguente, e ammirare “l’anfiteatrale Trieste coi sontuosi suoi fabbricati, colle sue navi” cinta dalla sua corona di colline, di amene villette e casini campestri. Così la descriveva l’elegante scrittore Carlo Nodier:  “Trieste è come un cesto di fiori posato sopra uno scoglio, e le sue bellezze fatte per sedurre, per consolare i suoi abitanti che, occupati da vaste speculazioni, hanno bisogno di un punto di vista esteso ed infinito, come la speranza: per avere la gioia di scoprire sempre una vela lontana”.

Le carrozze velocifere, che avevano ridotto da quindici giorni a meno di una settimana il percorso dalla capitale al mare, erano elastiche e il movimento delle ruote dolce e appena “accorgevole”. I calessi di piazza erano invece di costruzione goffa, e le ferramenta delle ruote, le “scarpe” e le catene pesavano oltre 200 funti, quasi 100 Kg. Ancora più grezzi erano i carri che affollavano la Piazza delle Legna: stazionavano davanti alla fontana di quella che è oggi Piazza Goldoni mentre i carradori facevano i loro affari e i cavalli si riposavano abbeverandosi. In Piazza Gorizia era invece la stazione dei vetturali di Germania. I carrettoni, ricorda Giuseppe Caprin, erano carichi di merci e partivano a piccoli treni tutti i giorni, tirati da quattro sino a sedici cavalli stiriani, enormi, dal mantello pomellato, le lunghe criniere rossiccie, bardati goffamente, con collari luccicanti e ciambelle di ottone attaccate ai pettorali, e campanacci.

Anche lungo la Corsia Giulia, dove abitava Giuseppe Moravia, passavano i carri dei cicci e degli slavi dell’altopiano, che scendevano dalla campagna in città. E la città, nel porto e intorno al porto, come abbiamo visto, era percorsa da carri e carrozze di tutti i tipi e dimensioni. Ma i carri avevano ruote e i mozzi facevano cigolare le ruote. Bisognava ungerle con un grasso che si voleva denso, forte, vischioso, perché non colasse via subito ed evitasse a lungo il cigolio, riducesse l’attrito, e la fatica di uomini e cavalli e allungasse la vita del carro. I tedeschi, e ancor oggi i triestini, lo chiamano Schmier (grasso).    


Ebbe luogo, dopo il 1860, il mercoledì delle ceneri, lungo il passeggio di Sant'Andrea. Un corso aristocratico, post-carnevalesco, senza maschere e senza schiamazzi, che veniva detto "El corso delle viole" per la grande profusione di questi fiori nelle acconciature delle dame, nelle decorazioni delle vetture e in ogni dove. Consisteva in una cavalcata di signori in tuba e di eleganti amazzoni, seguiti da carrozze equipaggiate con gran lusso e tirate da superbi cavalli di razza, nelle quali sedeva il fior fiore della città. Le vetture erano tutte scoperte, perché era pure un'occasione di sfoggio di belle toilette, di ampi mantelli e cappelli piumati. Nei primi anni del secolo, quando tutta Sant'Andrea fu trasformata in un cantiere per la costruzione del nuovo porto e della nuova stazione ferroviaria, il corso si spostò alla più accogliente riviera di Barcola, dove fiorì ancora per tre o quattro anni.  

Passeggio Sant'Andrea, qui ancora denominato Strada di Sant'Andrea per Servola con evidenziato quello che era definito il "giro delle carrozze", si trattava di uno splendido viale alberato, molto ampio, con a destra la vista del mare. Il mercoledì delle ceneri aveva le sue celebrazioni anche a Servola e San Giovanni, dove veniva bruciato un fantoccio che rappresentava il carnevale ormai finito. La giornata rappresentava però un'ulteriore occasione di festa per la gente di Trieste stradaiola, con la passione per il chiasso e l'allegria, difatti in queste località le osterie rimanevano aperte tutta la notte per sostenere con un buon bicchiere i gaudenti partecipanti. Con la fine del secolo l'interesse per il carnevale andò declinando, fino a cessare nel periodo del primo conflitto mondiale.

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