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28/09/2020
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Gondola

Biblioteca

La carrozza di Venezia-di Alessandro Marzo Magno
una pubblicazione che apre uno scenario inusuale,
rivelando curiose analogie sull’utilizzo della gondola quale carrozza d’acqua, un'opera preziosa da aggiungere nella vostra biblioteca.

La gondola non è una barca, è carrozza che va sull’acqua. E dunque, se la gondola è una carrozza il gondoliere è un cocchiere. Il paragone tra barca e carro sorge spontaneo in molti visitatori: Sieur de Blainville nei primi del Settecento scrive che se si grida “gondola”, così come a Londra o a Parigi si chiama “carrozza”, subito ne compare almeno una. Costa meno di un equino e permette di evitare il fango quando piove. Non c’è una data di nascita della gondola, ma abbiamo un momento preciso in cui compare per la prima volta nella storia: una pergamena del 1094 riporta che gli abitanti di Loreo sono dispensati di fornire tali barche a Venezia: gundula nulla nobis factura estis.

Nella Venezia medievale si andava anche a cavallo. Una delle campane del campanile di San Marco dal 1279 si chiama “Trottiera” perché suonava quando si riuniva il Gran Consiglio e i patrizi dovevano mettere al trotto le loro cavalcature per arrivare in tempo. Una legge del 1291 proibiva di passare a cavallo per Piazza San Marco in certe ore del giorno, specialmente al mattino. Un’altra legge del 1359 permetteva di cavalcare a Rialto sempre che non si mettessero le cavalcature al galoppo. Nel 1444 si celebrano le nozze tra Jacopo Foscari e Lucrezia Contarini, si racconta di una “splendida processione a cavallo” da San Barnaba a San Marco. In ogni caso, i veneziani erano ritenuti dei pessimi cavalieri, anche se il Doge Michele Steno all’inizio del Quattrocento aveva fama di possedere la miglior scuderia tra i principi d’Italia.

Un’incisione di Michele Marieschi del 1743 che ritrae il campo dei Frari, si scorge una carrozza, anche se nel XVIII secolo gli equini a Venezia non sono più usati da tempo, evidentemente i costruttori di carrozze hanno mantenuto la loro fama e lavorano per l’entroterra. Di questo periodo è il “Sediolo” carrozzino a due ruote tipico del Ducato veneto, rimane una testimonianza di sediolo datato 1744 conservato a CA’ REZZONICO. Nella cavallerizza in Fondamenta de le Convertite, nell’Isola della Giudecca, accanto al convento delle Covertite nella parrocchia di Santa Eufemia dell’Isola della Giudecca, si stendevano delle grandi ortaglie che erano state ridotte nel 1798 a cavallerizza con intorno le stalle e alcuni piccoli padiglioni per ristoro, gioco e riposo dei molti frequentatori. Dopo qualche mese il locale era divenuto di gran moda, aveva trenta cavalli, una pista ampia per le corse, vasti giardini per le carrozze e nei suoi padiglioni regnava la più licenziosa baldoria. In questo quadro di declino dell’uso delle cavalcature, cresce di pari passo la funzione della gondola.

Per i nobili veneziani l’imbarcazione di famiglia assume quel prestigio che sulla terraferma ha la carrozza. Il desiderio di apparire fa sì che i vogatori siano due, uno a poppa e uno a prua e ci si aggiunge il “Felze” quale ruolo sociale di ostentamento di chi lo utilizza. Come nei cortili dei palazzi di terraferma ci sono le rimesse con quattro cinque carrozze, così quattro o cinque gondole sono ormeggiate alle “Paline” (pali) antistanti le case nobili veneziane. Il gondoliere, come il postiglione, guarda avanti; deve vedere dove andare e deve stare in alto per dare la direzione e sorvegliare il fondo dei canali per evitare che la gondola si incagli. Il gondoliere più importante non è quello che sta in poppa, che governa e dirige la barca, ma il provino, quello che sta a prua, perché questi è a contatto con i “signori”, porge il braccio alla padrona e l’aiuta a salire e scendere e svolge le funzioni di servizio. La gondola, lucida ed elegante, deve prestarsi a tenere tutte le raffinate decorazioni in legno, metallo e tessuti.

La Venezia del Cinquecento è immersa nel colore. Le case nobili che fiancheggiano il Canal Grande sono tutte affrescate, i gondolieri “negri saraceni” che fanno parte del personale di servizio delle case nobili veneziane sono in gran voga, vestono livree dai colori sgargianti, calze bicolori alla moda, ampi cappelli in paglia, è tutta una gara ad apparire. Troppo lusso, il Seicento eredita lo splendore del Cinquecento, le gondole stanno al passo, le famiglie nobili gareggiano nello sfoggiare imbarcazioni sempre più stravaganti e lussuose, colonnine, statue, animali ed intagli di ogni genere trasformano le gondole in zoo galleggianti o in giardini di fauni e ninfette.
E’ nel 1584 i “Provvedimenti alle Pompe” proibiscono le gondole intagliate e dorate, i gondolieri devono portare abiti di panno o altre stoffe di scarso valore.

I "Provveditori" continueranno a scoccare strali anche nel secolo successivo, nel 1709 si colpirà “l’introdotto abuso delle livree” e nel 1743 si vieteranno i lussi eccessivi di cuscini, ferri e ornamenti in ottone. I fulmini dei moralizzatori colpiscono anche le cortigiane che continuano a frequentare in gondola il Canal Grande in barba ai divieti. La vendetta delle “mamole” si trasforma in una sorta di contropasso, il loro “fresco” si trasforma in un quartiere a luci rosse galleggiante, diventando una delle principali attrazioni della città.

La gondola Settecentesca è ben più che un mezzo di trasporto, è lo strumento con cui si realizza quella Venezia libertina che attrae visitatori da tutta l’Europa. Il Settecento è il secolo in cui inizia il “Gran Tour” ovvero il viaggio in Italia alla scoperta delle bellezze artistiche e Venezia è una tappa obbligatoria. I “Forastieri” arrivano in questa città dove non si può praticar l’uso di cavalli e carrozze, in cambio de’ quali servono leggiadrissime gondole che a tutte le ore si trovano prontamente disposte per tutta la città. (1712 “Gran maestro dei Forastieri” pubblicato dall’editore Zatta).

Ci si arriva da Padova utilizzando il “Burchiello”, imbarcazione che percorre il Brenta in otto ore per unire le due città. Un’imbarcazione elegante a giudicare dalle informazioni che ci hanno lasciato Casanova e Goldoni. Due cabine all’estremità di una grande sala rettangolare rivestita in legno, sormontata da una balaustra, con finestre munite di vetri e imposte, ornata di specchi, sculture, armadi, panche e di sedie molto comode. Si racconta che affonderebbe qualora a bordo non ci sia uno studente, un frate per pentirsi dei propri peccati e di una cortigiana per farli.

L’ alba del XIX secolo segna il tramonto della Serenissima, con essa cessa il ruolo del patriziato come classe di governo, Venezia non è più capitale, dominata dagli stranieri si impoverisce, diventando meta malinconica di viaggiatori romantici. Lentamente il ruolo della gondola cambia, le barche “de casada”, proprietà delle famiglie patrizie lasciano il posto alle barche da nolo e da parada che trasportano i visitatori dai punti d’approdo della terraferma agli alberghi. Con l’arrivo della ferrovia arriva un turismo crescente, i primi motoscafi a motore iniziano a solcare le acque del Canal Grande. E’ in questo periodo che la gondola assume la sua conformazione definitiva, così come ancor oggi possiamo ammirarle sui canali di Venezia. Chi non ha mai visto Venezia una volta nella sua vita!

"Ormeggiate ai pontili, le gondole si dondolano;
si toccano al ritmo di una respirazione continua, lenta e tranquilla"
(Voyage du condottière: vers venise 1892)


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