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09/10/2018
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Milano 1830

Stile di guida

In un tempo in cui ogni gentile disciplina è favorita fra noi con tanta sollecitudine, e in una Città nella quale trovansi tanti appassionati amatori dell'equitazione, che si distinguono così pel brio e per la grazia del maneggio, come per le cognizioni onde vanno ricchi sull'indole e sull'educazione del cavallo, non meno che per la sollecitudine onde ne hanno cura, parmi di potere ragionevolmente sperare che otterrà grazia la mia fatica, ed onore quest'Opera che alla cortesia del Pubblico confidente io raccomando.

di Carlo Omboni

Osservazioni sulla maniera di guidare. Milano, novembre 1830

L’arte di ben guidare è più che essenziale di quello che si potrebbe credere, poiché questo è il solo mezzo di conservare i cavalli per lungo tempo in buono stato, e di prevenire una quantità di gravi accidenti che si possono presentare a ciascun istante. Vi hanno tre maniere principali di guidare; a cassetta, alla postigliona ed alla carrettiera.
Due vizii principali, e sgraziatamente troppo comuni, dobbiamo evitare nella scelta di qualunque servo preposto, sotto qualsiasi denominazione, destinato a guidare cavalli: la ubbriachezza e la brutalità.
L’ubbriachezza degrada l’uomo al di sotto degli animali, il cui governo è a lui affidato, oscura la sua ragione, soffoca il suo giudizio, e gli toglie il libero esercizio de’ sensi fisici e morali, l’integrità dei quali gli è continuamente necessaria. La brutalità d’un condottiere compromette a ciascun istante la vita e la salute dei cavalli, e può essere cagione di una quantità di gravi inconvenienti.
L’arte di guidare esige pure buon discernimento; colpo d’occhio giusto, vista buona, mano sicura, intelligenza ed attività, forza competente e destrezza. Qualunque vetturale dovrà sempre avere in mente la favola del “Carrettiere infangato”; allora invece di opprimere il suo cavallo con battiture, incomincerà primieramente coll’indagare la cagione che gli impedisce di progredire onde toglierla.

Le carrozze si attaccano con due, quattro, sei od otto cavalli. I primi si dicono cavalli da timone; i due seguenti da bilancino; gli altri due, cavalli del davanti; e gli ultimi, cavalli del sesto. Il cocchiere tiene nella sua mano tutte le guide dei suoi cavalli, ma egli non conduce che quelli del bilancino. Quando ve ne ha un maggior numero, gli altri sono condotti da un postiglione, che monta il cavallo sinistro, e conduce l’altro colla redine della stessa mano, tenendo la frusta nella sua destra.
Il cocchiere non deve aspettare il momento d’attaccare per esaminare se le ruote e le altre parti della sua carrozza siano in buono stato, se ben governati i suoi cavalli, e che non abbisognino d’esser ferrati; infine non dia di piglio alla sua frusta, prima di assicurarsi da lui stesso che nulla manca alla compiuta loro bardatura.
Egli deve essere seduto sul proprio sedile d’appiombo, con tutta scioltezza ed il corpo diritto senza tensioni, avere tutti i suoi movimenti liberi, tenere i gomiti ravvicinati al corpo, non muoversi sul suo sedile, non inclinare senza necessità né da un lato né dall’altro, né stendere le braccia in avanti; essere tutto attento a ciò che fa, senza occuparsi d’altro che dei suoi cavalli e della vettura. Un buon cocchiere, qualunque movimento che egli eseguisca, deve, senza guardarvi, esattamente giudicare ove sta per passare la sua ruota.

Il difetto più ordinario dei cocchieri è di avere la mano cattiva, cioè di non sapere convenientemente dirigere l’azione del morso. Altri credendo d’averla troppo leggera, lasciano dondolare le redini, e danno forti scosse, le quali, soventi ripetute, finiscono coll’indurire la bocca e renderla insensibile: lo stesso inconveniente avviene quando abitualmente si tengono le redini tese; invano allora si aumenta la forza del morso; con ciò non si fa che indurire vieppiù la bocca del cavallo, al punto che diviene impossibile di signoreggiare e che può a ciascun istante prendere il morso tra denti.
Un buon cocchiere deve saper rallentare e ritenere alternativamente le redini a’ suoi cavalli con dolce movimento di mano, per alleviare le barre e mantenervi la loro sensibilità; ma ciò di tempo in tempo e non con colpi sopra colpi né bruscamente, giacchè per tal modo s’impazienterebbero i cavalli ardenti, e si farebbero arrestare troppo presto quelli che fossero naturalmente pigri. Vi hanno de’ cocchieri la cui mano è sì delicata e sì dolce, che, senza abbandonare le redini, non fanno sentire l’azione del morso se non in maniera quasi impercettibile, e allentano o ritraggono le redini quando abbisogna, senza che si veda per così dire muovere le loro mani. Ella è questa dolcezza di mano che fa arretrare senza difficoltà, ed è allo rinculare che si conoscerà un cocchiere cha ha una buona mano; poiché questo lo farà con facilità, mentre che un altro, la cui mano sarà cattiva, suderà lui e i suoi cavalli.

Conviene giovarsi della frusta, talora come aiuto, talora come castigo, ma di essa sempre a proposito: come per sostenere un cavallo che si dimentica in un voltata; per rimetterlo sulle anche quando si abbandona troppo sulle spalle; per far tirare di concerto un cavallo che lavora trascuratamente, ecc.; bisogna toccarlo colla frusta nel momento istesso dell’errore, perché il cavallo comprenda la cagione del castigo, e valersene risentitamente; per altro non bisogna servirsi di questo mezzo se non quando la necessità lo esige, altrimenti i cavalli vi si avvezzano.
Quando si guida in città, bisogna prendere tutte le precauzioni per sifuggire gli inconvenienti, rallentare il passo all’avvicinarsi di una voltata, e voltare il più largo possibile per evitare di urtare in qualche altra vettura: quando si volta troppo stretto, specialmente andando forte, ci si espone a rovesciare, od almeno a vedere cadere il cavallo di dentro; in fine, se inaspettatamente si trova impegnati in qualche imbarazzo, ove abbisogni rinculare, egli è allora che è necessario essere ben padroni della bocca dei propri cavalli, senza di che, invece di dare indietro prontamente e diritto, si arrischierà di mettersi in traverso, e d’essere schiacciati o di far male ad altri.


Le salite affaticano molto, ma le discese sono più pericolose; perciò bisogna rallentare il passo avvicinandosi ad una montagna, onde i cavalli abbiano maggior lena per montarla, e lasciarli riposare un poco alla sommità, se sono anelanti; quando si avesse a discendere un pendio rapido, bisogna sostenere i cavalli con mano ferma; non dimenticarsi di arrestare una ruota di dietro, per diminuire così l’impulso dato alla vettura; ed evitare con attenzione i ciottoli e le rotaie, bastando la minima scossa in simili casi per far arrovesciare la vettura; egli è anche necessario di staccare una parte dei cavalli. Quando si attaccano più pariglie, il postiglione deve attentamente seguire l’impulso del cocchiere, per non far camminare i suoi cavalli in senso contrario a quelli del timone; non affaticare quello che lo porta, prepararsi a voltare largo più che potrà, e non far tirare troppo, per non forzare il cocchiere a voltare stretto: quando la vettura si mette in movimento, il postiglione parte per primo, ed abbisognando di rinculare, non deve farlo troppo precipitosamente, per tema che le tirelle tirando a terra i cavalli non vi si imbarazzino; i cavalli da timone devono trattenere la vettura nelle discese, e quelli davanti tirare nelle salite.

Un postiglione che conduce un calesse a due cavalli, non ha altra attenzione a fare che a ben dirigere la ruota destra; poiché la sinistra trovandosi precisamente dietro la groppa del suo cavallo, passerà da per tutto ove questo sarà passato; potrà voltare stretto a sinistra, ma a destra bisognerà che faccia largo il giro: quando vorrà ritenere il suo cavallo da stanghe, gli sosterrà la testa alzando la redina della mano corrispondente quanto gli sarà necessario; farà tirare il sellato ascendendo, per alleviare il cavallo di stanghe, ma fuori di questo caso, la maggior fatica sarà di quest’ultimo; finalmente un postiglione accorto deve evitare con attenzione le pietre e le rotaie.
I postiglioni che hanno la pretensione di guidare con grazia, fanno andare il cavallo che montano al piccolo galoppo, mentre l’altro non fa che trottare: siccome questa andatura affatica molto il primo più del trotto ordinario, non si userà quando i cavalli hanno da fare un lungo viaggio e che si vogliono risparmiare. I cavallini di posta vanno a piccol galoppo, ma questa andatura finisce ben presto per far loro prendere quella che si indica col nome di “portante”.


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