Le corse - tradizioneattacchi.eu

09/10/2018
Vai ai contenuti

Menu principale:

Le corse

Curiosando

Una domenica a San Siro
dalle pagine de: ILLUSTRAZIONE ITALIANA 1889

Alle corse, senza parlare della parte sostanziale dello spettacolo, molte altre cose concorrono a soddisfare l’anima e il corpo. Prima di tutto per i molti condannati a passare parecchie ore del giorno seduti in una stanza chiusa, davanti a un tavolino, è già una bella soddisfazione il rimanere una mezza giornata all’aria libera e aperta, sia pure l’aria degli orti di fuori porta Sempione. Poi la sfilata delle carrozze che arrivano e lasciano a fianco della tribuna una folle elegante di signore vestite con gusto; la stessa folla che si schiera in più file sulla tribuna, immensa nella tepida luminosità di una bella giornata di maggio; il continuo muoversi, agitarsi, di tutti quei colori, di quei nastri, di quelle piume, di quei ventagli, non è di per sé una ricreazione della vista e dello spirito.

E di là dalla pista un’altra folla di pedoni e di carrozze sopra le quali stanno in piedi gruppi animati di persone, sostenendosi  l’una coll’altra; qua e là qualche albero, un po’ di verde; in fondo qualche baracca dove mangia e beve, non curando l’incerto domani, il buon popolo che si diverte senza tanti rispetti umani. Il sole illumina la spianata brulicante di gente: il cielo è sereno e limpido verso i monti: verso la città s’alza da terra una nebbiolina grigiastra, e dense nubi di polvere bianca indicano la direzione delle strade per le quali arrivano le carrozze e ripartono per la città. Insomma è una bella giornata. Certo fra tanti conoscenti vostri troverete uno spiritoso che vi dirà ironicamente, con l’aria di un grande  inventore: - La giornata non è abbastanza inglese! Ma nessuno v’impedisce di fargli, con tutto il garbo possibile, una risatina sul muso.

La giornata “inglese” può essere pittoresca a suo modo. Manca il sole, manca lo splendore delle toilettes, ed il turf prende un aspetto singolare e inaspettato. Si sarebbe detto che con un tempo simile nessuno sarebbe venuto. Ma vi sono stati molti che non hanno voluto darla vinta al cattivo tempo. Nel viale di San Siro ad una cert’ora le carrozze erano in fila l’una dietro l’altra. I Landeau  chiusi, i cocchieri rinvoltati nei loro mantelli impermeabili grondanti d’acqua; le victorie di piazza con il mantice alzato ed il parafango tirato su per coprire alla meglio tre persone pigiate. E lungo il ciglio de’ fossi alcuni pedoni intrepidi, inzaccherati fino alla schiena, con differenti strati geologici di varii terreni appiccicati alle suole delle scarpe. Più qua e là un carabiniere o un sorvegliante municipale inzuppato fino alla midolla dell’ossa, ma imperturbabile.

Lo spazio interno all’ippodromo quasi deserto, una fila d’ombrelli lungo la corda che circoscrive la pista, altri ombrelli nel recinto del peso e sotto le tribune; una gran monotonia di colore interrotta soltanto dai mac-intosch bianchi di alcuni cocchieri di padronato.

Ed il solito spiritoso che vi ferma per dirvi: -hanno cambiato il programma….si faranno delle regate…..


Fra le due specie di giornata senza spaventarmi troppo di quella “inglese” preferisco per conto mio l’italiana. Il genere umano quando è bagnato e con i piedi nell’acqua è molto meno disposto all’ammirazione, meno espansivo del solito. La nostra folla invece è nel suo vero bello quando s’entusiasma. I preparativi fra una corsa e l’altra la interessano mediocremente. D’altronde la vera folla non ammessa nel weigh-ing room- il recinto del peso- li vede troppo da lontano per occuparsene. Per gli iniziati questo è invece un momento psicologico. Si dà un ultima occhiata ai cavalli e poi un’altra alle tabelle dei bookmakers dove sono scritte le quote: Rabicano a1/2, Gullane a 2/1, Serpentine a 4/1. I bookmakers invitano gli scommettitori col loro linguaggio da scali di levante. Bon cavalle, bon cavalle.

Parecchi si lasciano adescare, senza essere della forza dello scommettitore dipinto dall’umorista americano Mark Twain, che dopo essersi rovinato scommettendo per i cavalli, scommetteva per i cani, poi per i lottatori, poi per i galli, e finì per ammaestrare un ranocchio a fare dei salti e a portarlo per le birrerie scommettendo di non trovarne un altro di tanta bravura. E guadagnava dei soldi con il ranocchio dopo aver perduto dei milioni con i cavalli. La campana intanto ha già suonato due volte. Il commissario del peso ha verificato quanto pesa ciascun fantino con la sella e la briglia. No! Milioni a San Siro non se ne perdono e quello sportello del totalizzatore che non riceverà scommesse minori di 50 lire rimarrà aperto per pochi privilegiati.

I cavalli sono sellati, i fantini in groppa. Escono dal recinto e s’avviano al palo di partenza dove li ha preceduti mister Bartlett con la bandiera rossa e la faccia sempre lucida e rasata di fresco. V’è là in mezzo al plotone un cavallo irrequieto od un fantino maldestro. Il segnale della partenza è dato invano due o tre volte: non sono buone le mosse. I cavalli si sbandano, si impennano e già slanciati alla corsa non vorrebbero tornare indietro. Finalmente la bandiera rossa s’abbassa la campanella suona di nuovo; sono partiti!

Si fa subito un gran silenzio.

V’è un favorito straniero del quale temono tutti. Ma anche Rabicano, campione delle scuderie italiane, ha i suoi partigiani. Il plotone de’ cavalli vola compatto e il terreno ripercorso da tante vigorose zampate cadenzate, risuona sotto l’unghie ferrate. Comincia un gran mormorio nella folla……. Alla prima svolta Padischah guadagna terreno: Rabicano lo segue. Lo raggiunge…. Lo passa…. Si….no….si! si! Alcune grida acute, vivaci, di spontaneità femminile, si uniscono alle voci degli uomini. Rabicano! Rabicano! Rabicano! Le mani applaudiscono, sventolano i fazzoletti, il campione italiano è accompagnato fin sotto la tribuna della Direzione, in mezzo  ad una folla di ammiratori acclamanti e festanti……       E se questo non è ancora avvenuto è pure fra le cose possibili e quasi probabili.

Mentre cinque o sei cavalli si disputano l’ultimo premio, le carrozze si avviano lentamente verso la città disponendosi in una fila nella quale sono confuse tutte le varie classi della gerarchia dei veicoli, dalla modestissima carrozza di piazza tirata da una rozza allampanata, allo stage coach  aristocratico tirato da due superbe pariglie. Una settimana fa non v’era più in tutta Milano una carrozza disponibile per andare a San Siro. La lunghissima fila si svolge come un nastro animato per le svolte e le risvolte dell’infelice strada che conduce dall’ippodromo di San Siro al corso Sempione. Qui trova ai due lati del magnifico stradone alberato un’altra doppia fila di carrozze che aspettano ferme i reduci dalle corse, ed una folla di persone venute a goderne il ritorno, spettacolo comodo e gratuito del quale si contente chi non può avere di meglio.

Eppure hanno tutti l’apparenza di gente allegra e soddisfatta, e v’è nell’aria una tal quale giocondità che metterebbe il buon umore addosso a un ipocondriaco. Piazza d’Armi è gremita come se si aspettasse dal Sempione il ritorno di un esercito vincitore. Dalla terrazzina e dalle finestre del pulvinare, e dagli spalti dell’Arena si affacciano centinaia di signore che guardano, ammirano, criticano, a seconda de’ casi, le più note eleganti che arrivano in trionfo sull’alto degli Stages coaches e dei Breaks, nelle Victorie e nei Landau. La fiumana di carrozze e di pariglie arriva compatta fino a metà del lato sinistro della piazza, poi si divide in tanti piccoli ruscelli e dilagandosi si disperde e va portare un ultimo eco d’allegria nelle vie più remote della città.   

 
Torna ai contenuti | Torna al menu