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17/09/2018
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Candele comuni?

Fanali e lanterne

Non solo una comune candela

Sono una parte fondamentale del nostro “equipaggio”, anche se molte volte diamo loro fuggivamente un’occhiata di controllo, per essere sicuri di non presentarci coi “fanali spenti” (vuoti). Di essa tutto quello che sappiamo è che deve avere lo stoppino  bruciato, che non deve fuoriuscire troppo dal cannino, che non deve essere colorata e soprattutto non si deve deformare nelle giornate calde se non vogliamo incorrere in penalità nella Presentazione. A prima vista ci sembrano tutte uguali, una candela è una candela; la fantasia dei produttori ha creato ceri e candele dalle forme eleganti, buffe, classiche o bizzarre, aggiungendo al fascino misterioso della luce della candela colori e profumi decisamente gradevoli.

Quello che non sappiamo è che all’interno di una semplice candela è racchiusa parte della storia, che, fino a circa un secolo e mezzo fa, era la storia dell'illuminazione. Le candele sono cilindri di acidi grassi solidi o di cera, nel cui asse è posto un lucignolo, la natura del quale deve essere in relazione col materiale della candela e specialmente col punto di fusione e col potere illuminante. Deve sussistere pure un rapporto tra il diametro del lucignolo e il diametro totale della candela: in particolare, se la candela è troppo grossa, rimane alla periferia un orlo non fuso che trattiene il liquido, soffocando e rimpicciolendo la fiamma, o lo lascia scorrere completamente quando si spezzi; se invece la candela è sottile rispetto al lucignolo, il materiale fonde troppo rapidamente senza formare il ristagno necessario ad alimentare per capillarità la fiamma.

Presso i Romani erano in uso cordoni di canapa immersi nella pece, o in cera animale; più tardi apparvero torce costituite di fibre di papiro immerse in pece e ricoperte di cera. Candele come le conosciamo apparvero al tempo delle persecuzioni cristiane, alla fine del secondo secolo si distinguevano le candele di sego dalle candele di cera. Nel primo Medioevo appaiono le candele a stoppino, ottenute col metodo del cucchiaio, e più tardi anche con la colatura in forme. Nel 1820 il chimico francese Michel Eugène Chevurel scoprì come estrarre l'acido stearico dai grassi animali ottenendo così la stearina, una sostanza molto dura con cui si potevano produrre candele poco soggette a deformarsi con calore e che bruciavano con fiamma regolare e luminosa.

Le candele steariche preparate da Chevreul e da Gay-Lussac avevano un problema, con i lucignoli ordinarî non bruciavano bene. Un notevole miglioramento si ebbe col trattamento dei lucignoli con bagni acidi e con l'introduzione del lucignolo ritorto, dovuti al Cambacérès (1834). I primi a esercitare veramente su larga scala l'industria stearica furono De Milly e Motard (nella fabbrica de l'Étoile a Parigi); ad essi è dovuto il processo di saponificazione calcare. Nel 1840 Cahouet ebbe l'idea di riunire più stampi in un solo telaio e nel 1846 Newton concretò la prima macchina per candele. All’esposizione nazionale di Firenze del 1861, non ancora capitale dell'appena riunito Regno d'Italia, un intero padiglione fu dedicato alle candele che erano ancora un diffuso sistema d'illuminazione: ne nacque anche un dibattito sui giornali se quelle steariche fossero da preferirsi a quelle di sego.

In commercio un tempo si stabiliva il valore delle candele di stearina secondo la loro bianchezza e il punto di fusione: le candele primarie fondevano a 52°-54°, le secondarie da 48° a 50°, le terziarie da 46° a 47°. Le candele steariche sono bianche, opache, lucide e dànno fiamma poco fuligginosa se la paraffina non eccede il 50%. Il potere illuminante di queste candele si può stabilire tra 1,04 e 1,29 Hefner. Nel 1831 il visconte De Blangj installa a Mira (Venezia) una fabbrica di candele steariche, in seguito anche di acido solforico.

A Torino i Fratelli Giovanni e Vittorio Lanza producevano candele alla Barriera di Nizza dal 1832. La fabbrica era dove oggi ci sono le Molinette e non lontano dal Lingotto della Fiat. Nel 1849 é il conte di Cavour in persona che cita la fabbrica dei Lanza tra le industrie prioritarie del Piemonte, «fabbrica per molti titoli ragguardevolissima» quella dei fratelli Lanza, alla porta d'Italia, in corso Santa Barbara, dove venivano prodotte candele steariche, la cui rinomanza «è così sparsa che non potrebbe mettersi in maggiore evidenza».

Anche in questo caso, per contiguità, venivano sviluppate altre produzioni; già alla metà degli anni quaranta la fabbrica dei fratelli Lanza produceva annualmente «da centoventi a centotrentamila mazzi di candele steariche (di mezzo chilogrammo il mazzo), con varie tipologie per usi diversi, da segnalare anche il tipo: per fanali da carrozza e lanterne da mano e da tasca. Con il residuo della preparazione delle candele steariche si fabbricavano trenta mila chilogrammi di sapone, parte bianco a uso di Marsiglia, e parte bruno preparato con l'acido oleico». Le candele divennero quindi più economiche ed accessibili alle grandi masse e sostituirono progressivamente le lampade ad olio anche nelle case dei non abbienti.

E' comunque nel XIX secolo che si compie il passo fondamentale nella produzione e diffusione delle candele: la produzione di paraffina. La paraffina prodotta per raffinazione dal petrolio aveva costi di produzione molto bassi, era perfettamente bianca ed inodore e bruciava molto più regolarmente di tutte le sostanze maggiormente diffuse fino ad allora, producendo una fiamma bianca e brillante. L'unico inconveniente era il basso punto di fusione e la relativa morbidezza. Si capì ben presto che bastava aggiungere una piccola percentuale di stearina, per ottenere una cera che univa tutti i vantaggi della paraffina alla maggior durezza conferita dalla stearina. Le candele divennero così uno strumento di illuminazione a buon mercato ed ebbero una grande diffusione fino al 1879 anno in cui Thomas Edison inventò la lampadina.

La candela, l'anima del fanale, il "vestito" che ha custodito nel tempo, notte dopo notte le paure di vetturini e viaggiatori, illuminando strade e sentieri con la sua tremule fiammella, vero cuore pulsante nel buio della notte di ogni carrozza.

Ma tutti furono, per i viaggiatori di un tempo e di un mondo irripetibile, dei piccoli, tremolanti, indispensabili, affascinanti "soli" nella notte.

E.C.

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