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21/05/2018
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Concia 1

Finimenti

Vi sarà certamente capitato di chiedervi, quando impugniate le guide o redini, quali siano state le procedure per trasformare una pelle di vacca in cuoio?  Abbiamo fatto una ricerca ritrovando in un vecchio manuale del 1846 una descrizione particolareggiata di un’arte manuale ormai scomparsa. Tecniche manuali atte a conferire alle pelli quella qualità e resistenza che attualmente i macchinari moderni ben difficilmente riescono a ricreare.

L’ARTE DEL CONCIATORE

Preservare le pelli dalla putrefazione, farle acquistare una struttura più solida, e renderle meno permeabili all’acqua, sono i diversi obbiettivi dell’arte del Conciatore. La sua opera essenzialmente consiste nella combinazione del principio vegetabile, appellato tannino, con la gelatina, la quale costituisce una gran porzione delle materie delle pelli. Il composto ottenuto, mediante un si fatto processo, e il cuojo, che può adattarsi a tutti i bisogni, pei quali sarebbero improprie le pelli non conciate. E’ assai probabile, che una tale arte debba la sua origine dall’accidentale immersione di qualche pezzo di cute in una infusione vegetabile, la quale conteneva parte del principio astringente, o tannino.
Senza dubbio è una delle arti più antiche, ovvia presso tutte le nazioni, e notevolissima per la singolarità dei metodi praticati onde esercitarla. La pelle fresca risulta principalmente di membrane; nel suo carattere chimico la vera pelle offre gelatina densissima, solubile nell’acqua; ma essa è penetrata eziandio, da vasellini sanguigni, linfatici, e da altre materie; ricoperta esternamente dalla epidermide, dai peli o dalla lana. La lana ed i peli sono insolubili nell’acqua, e resistenti alla putrefazione; si possono però staccare agevolmente dalla vera pelle, indebolita che sia l’adesione con l’imputridimento, ovvero mediante l’azione della calce, degli alcali, o degli acidi. Prima che le pelli restino convertite in cuojo, si devono separare tali materie insolubili nell’acqua, le quali non solamente sono incapaci di unirsi al tannino, ma che rimarrebbero altresì attaccate anche in perfetta combinazione colla gelatina della pelle; divengono perciò necessarie alcune preliminari operazioni, prima che sia completato il processo della concia.

PREPARAZIONE  DELLE PELLI

La natura delle pelli esige qualche varietà nel praticare le operazioni preliminari. Quelle destinate a fornire un cuojo fortissimo, siccome le pelli di bue, mentre sono ancor fresche, devono lavarsi con attenzione nell’acqua, onde mondarle nel sangue, e da altre impurità; si lasciano esse perciò tuffate in un certo liquido, più o meno lungamente, secondo ché le pelli  siano più o meno secche, talvolta per quattordici giorni, in base del calore della stagione. Durante questo tempo si ritirano una o due fiate, per vegliare sull’operazione; e taluni manifatturieri, dopo averle lavate, le rotolano in fasci, e le ripongono in un luogo caldo, acciò viene favorita la putrefazione, i peli e l’epidermide possono essere facilmente strappati. In quanto alla separazione del pelo, l’applicazione della calce mostra una pratica tanto antica, quanto universale. A tal scopo si introducono le pelli in fossi sotterranei unite con la calce viva, a cui si aggiunge una quantità di acqua, per fare una specie di latte di calce: operazione che si chiama: curare con la calce.

I fossi sono di tre specie, secondo la gagliardia della calce. S’immergono da principio le pelli nel miscuglio più debole, e quivi vi si abbandonano, infino a tanto che possa il pelo svellarsi con le mani. Incominciando a non essere più tanto attivo così fatto liquido, si ripongono nel secondo fosso: la natura delle pelli, la temperatura, la forza del miscuglio regolano il tempo necessario a così fatte operazioni. Si era proposto di sostituire  l’acqua di calce al latte di questa sostanza, ma l’azione non sembrò essere abbastanza permanente, esigendo la soluzione di essere rinnovellata più di una volta. Depositate nei fossi per qualche tempo, è poi in uso in alcune concerie, di accumular le pelli insieme sulla terra, di lasciarvele per otto giorni, e di rimetterle nei fossi; e ripetere alternativamente cotali operazioni, sino a che il pelo possa svellersi agevolmente con la rastiatura.

In qualche paese si mescola moltissima quantità di cenere alla calce, ma siamo assicurati che tale miscuglio rende il cuojo meno tenace, di quanto si impiega con la pretta calce. Si crede per altro che dove la pelle ritiene calce, essa diviene dura, e facile a lacerarsi, per questo le grosse pelli, ch’è difficile di lavarle perfettamente; si evita ormai l’uso della calce nelle manifatture d’Inghilterra, ed il pelo e le materie estranee sono tolte anche via, infondendole solamente in acqua, e sottoponendole alla putrefazione. Intanto qualunque sia il metodo da seguire in questo preliminare operazione, affinché il pelo possa esserne strappato, si situano le pelli sopra un cavalletto, a forma di mezzo cilindro, e l’epidermide non meno che le altre impurità vengono staccate per mezzo di un coltello; questa operazione è chiamata: scarificare.  

In riguardo poi alla spessezza e alla struttura compatta, si sottopone la pelle ad un altro procedimento, affinché sia resa idonea a ricevere il liquore pieno di tannino. Colla mira di aprirne i pori, si comincia a tuffarla in un liquore fermentato di farina di riso, oppure di orzo; cosicché appellasi curar con l’orzo. Il liquido contiene ancora poco acido acetico ed acido carbonico; quest’ultimo va ad arrestare alquanto la corrosione delle pelli, in che viene anche aiutato dall’acido acetico. Ma il primo serve a togliere la calce dai pori, formando un sale solubilissimo, e quindi a preparare il cuojo ad essere penetrato dal fluido saturo di tannino.

Allorché il processo è ben regolato la pelle si gonfia, ed opportunamente rammollisce; con tutto ciò bisogna avere in questa fase la massima cura, onde il suo tessuto non venga alterato dal troppo lungo contatto con l’acido. La percentuale variabile della soluzione acida, lo stato del tempo che ritarda o accelera la fermentazione, ed altre circostanze esteriori, che non si potrebbero facilmente designare, cagionano molta incertezza nel processo di ammorbidimento delle pelli. Per superare tali difficoltà, si è proposto l’uso dell’acido solforico allungatissimo nell’acqua; ed è stato adottato generalmente; le proporzioni sono una dramma di olio di vitriolo in 230 caraffe d’acqua. Ambedue i menzionati processi si sono trovati buoni a preparare le pelli, ma sembra che l’azione considerabilmente ne  differisca. La fermentazione continua nel bagno di acido vegetabile, quando ben riesca, le rende compatte e morbide; nel bagno di acido solforico poi la fermentazione è interrotta; la pelle diviene meno suscettiva di alterazione con un lungo soggiorno nell’acqua, ma si osserva più dura, e più compatta. Impegnando l’acido vegetabile, si vuole accelerare l’operazione con l’aiuto del calore, e si trasportano continuamente le pelli da un bagno debole a un altro più forte, sino a che l’operazione non sia terminata. Un somigliante metodo è usato in tutta l’Inghilterra.

Preparando le pelli di vacca, di vitelli e altro, destinate a formare un cuiojo morbido e flessibile, dopo averle fatte inzuppare nell’acqua un giorno o due, si svellono le carni ed il grasso come all’ordinario; si mantengono poscia durante alcuni giorni nell’acqua di calce, e si agitano sovente per strappare i peli e l’epidermide, e in seguito si radono sopra il cavalletto. Ma da che si è ben nettata la calce, si apparecchia un bagno di acqua, e di escrementi di uccelli, o di cani, i quali si preferiscono per le loro qualità putrescibili; ivi si depongono le pelli per alcuni giorni, e per più o meno lungo tempo, secondo la propria forza, e finché siano esse dure e compatte avanti quest’ultima immersione, si ritirano morbide e pieghevoli. E’ necessario intanto avere qualche precauzione per le più sottili e delicate; perché se vi si lasciano alcune ore più del dovuto, esse si rinverrebbero completamente distrutte. Terminato un tal processo, si nettano al solito, e si sottopongono alla prossima operazione. IL Tannaggio.

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