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22/10/2021
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L'Egiziana

La nosrta storia

L'EGIZIANA
UNA BERLINA REALE

Testo di DANILO GRIFFA 1943

Non sappiamo immaginare il trionfo di un sovrano senza la berlina di gala, la berlina d’oro fiancheggiata de sirene e tirata da dodici cavalli di un medesimo colore: dodici gemelli bianchi, con occhi ceruli, perfetti nel trotto e nel galoppo come un corpo di ballo. L’idea stessa della sovranità trova in questo trono vagante la sua apoteosi e la sua incarnazione. Come il sole irradia luce. Le quattro grandi ruote dalle scintillanti raggiere sono altrettanti soli. Da un momento all’altro come in un sol balletto mitologico potremmo assistere all’assunzione celeste: i dodici fratelli gemelli salire al cielo attraverso la gradinata di nuvole e la berlina portata in volo dai molti angeli e cherubi che la sostengono come i simboli del vento nelle antiche mappe di geografia. Tra l’uno e l’altro morso Zeffiro gonfia le guance ed Eolo si arriccia.

E’ un capolavoro di ebanisteria, un trionfo barocco. La berlina sembra il modello di una basilica ridotto alle proporzioni di un gioiello. Traforata, inghirlandata, sostenuta da colonnine a torciglione ha la struttura di una basilica allegorica. Al confronto il cocchio dell’Aurora è un legno da nolo. Lavorata come in canestro ha due portelle e otto gradini smontabili d’oro massiccio. Quattro cariatidi sostengono la cupola che porta in bilico un minuscolo campanile intrecciato di piume. Il re se ne stà dentro tra raso e velluto come uno Stradivario nell’astuccio. Ha una divisa d’oro e grappoli di pietre preziose che gli scendono dal petto e dalle braccia come un pergolato. Lo chiamano il Re Sole.

Vi sono tre palafrenieri e un cocchiere con calze bianche e tricorno. Sono quattro personaggi equestri, i quattro accademici della carrozza del re che abbiamo invidiati da ragazzi. Nessuno di noi avrebbe giocato volentieri al re: il re non si vedeva mai: del re sulla portella della berlina appariva una piccola mano inguantata come quelle che si vedono cariche di gioielli nelle vetrine dei gioiellieri. Essere palafreniere era un’altra cosa; ci piaceva aprire gli scalini e stendere il tappeto sui fiori; ci piaceva tenere la briglia del primo cavallo.

Dopo la berlina reale seguivano quelle dei principi, dei duchi, dei parenti influenti, degli ambasciatori. Ogni carrozza rappresentava un’allegoria. Ve n’erano a forma di cigno, con leoni rampanti e chimere; quella dedicata alle dame di corte rappresentava un grande ragno con una mosca di perla. Berline delle giornate di incoronazione, berline dei trionfi militari con le truppe schierate sul campo di Marte, berline regali e papali, berline da cerimonia, berline da viaggio. Le più fastose e chimerihe sono quelle del 600; architettate come fontane monumentali hanno obelischi e scogli d’oro e vanno avanti con la lentezza di aragoste.

Uno scultore celebre vi ha scolpito Nettuno e un pittore ha dipinto sotto la cupola il trionfo di Minerva. Quelle del 700 sono meno pompose. Somigliano a graziosi belvederi e hanno la fragilità dei ventagli. Al posto di Marte trionfa Venere. L’800 le imita tutte: il barocco e il rococò, la mitologia e la botanica sono al servizio degli artigiani. Una delle più famose carrozze di gala è stata costruita a Torino nel 1819 da Amedeo Demonte: “La carrozza del 1819 era degna in tutto e per tutto della sontuosità e dell’etichetta tradizionali nei re e principi di Casa Savoia. La gabbia o cassa rappresentava il tempio di Iside, ornato con foglie e ghiande di quercia, come solevano gli egiziani; ai quattro angoli le colonne del tempio erano sorrette da sfingi; le colonne erano dodici sormontate da ricco architrave.

La fascia era ornata di stelle a bassorilievo col fondo di cristallo colorito a guisa di porfido; il tutto sostenuto da mensole con teste di leone. Nel mezzo della portella, a sinistra era la Dea Iside, seduta fra due cervi; e in mezzo alla portella a destra, Osiride appoggiato a due leoni. Le maniglie dei cignoni erano sostenute dagli artigli di quattro grifoni; il fregio a cuna, inferiore, era merlettato a foglie, avendo nel centro, da ambe le parti, un medaglione con le cifre della Duchessa Maria Cristina. La gronda circondante l’imperiale era fatta di grifoni intrecciati, avendo a ciascuno dei quattro angoli un genio alato a cavallo di un cigno….

Le due spranghe di ferro che tenevano collegato il carro, erano lavorate a nicchie con fregi di perle; il sedile del cocchiere era sostenuto da due cariatidi, aventi alle estremità due teste di sacerdotesse egiziache; e dal capitello, in mezzo ai fogliami, svolgevansi due serpenti attorcigliati… tutti gli scanni e le mensole erano fregiati come sul davanti, di foglie, nicchie, perle, frutta di quercia e nicchie; all’estremità di ogni raggio eranvi fioroni in figura di patere; sorgeva nel centro il simulacro del sole radiato, i cui raggi gli uni infissi, gli altri mobili, intersecavansi alternativamente a seconda del giro delle ruote”. Non sembra la descrizione di una carrozza ma quella di una reggia piena di saloni, di salotti, di corridoi, di sotterranei scolpiti e dipinti.

Preferiamo accorciare il tiro, ridurlo da sei a tre pariglie. Togliamo gli ori e le gale, togliamo le sfingi che sono troppe; togliamo Iside e Osiride; togliamo i leoni i grifoni e i serpenti. Facciamo una carrozza da passeggio, una elegante carrozza italiana, ottimamente molleggiata, con buoni finimenti, foderata di panno color tortora come quella della Principessa, la carrozza milanese in cui sedeva Stendhal durante le passeggiate di Porta Romana. E’ bella anche dipinta di nero, con le raggiere filettate in giallo, le portelle di smalto, il grande mantice quadrato pieghevole, una carrozza patrizia guidata da un cocchiere senza galloni, un poco impettito nella sua livrea verde bottiglia, ma servizievole, garbato, capace di attendere tre ore davanti al teatro senza scendere da cassetta. Perchè andare in carrozza è come sentirsi un re!

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